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L'influenza della depressione come fattore di rischio per i disturbi cardiovascolari

E' stato dimostrato da numerosi studi che la depressione rappresenta un fattore di rischio per i pazienti che presentano disturbi cardiovascolari. E' stata evidenziata in sostanza la correlazione tra depressione e aumento del rischio cardiovascolare nei pazienti infartuati e in quelli che hanno avuto una diagnosi di disturbo aortocoronarico. L'isolamento sociale e le problematiche affettive relative agli sbalzi d'umore contribuiscono ad aumentare i fattori di rischio (compresi la minore aderenza terapeutica). Circa il 20% dei pazienti con infarto miocardico ha avuto una diagnosi di depressione precedente all'evento. Non sono stati ancora chiariti i fattori per cui i soggetti depressi avrebbero maggiori probabilità di incorrere in evenienze patologiche di tipo cardiovascolare ne se tali soggetti presenterebbero caratteristiche personali, genetiche o relative allo stile di vita in qualche modo predisponenti o precedenti alla condizione patologica. Tuttavia risulta chiaro che l'umore depresso può influire significativamente sullo stato di salute, abbassando l'efficacia del sistema immunitario e facilitando in qualche modo una condizione di vulnerabilità generale.

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Allergie e uso precoce dei farmaci

Secondo quanto afferma uno studio denominato Parsifal (Prevention of allergy risk factors for sensitization related to farming and anthroposophic lifestyle) e che ha coinvolto un campione di circa 6000 bambini di età compresa tra i 5 e i 13 anni, vi sarebbe una significativa relazione tra uso precoce di antibiotici e antipiretici e maggiore insorgenza di problematiche allergiche. In particolare secondo tale studio, un utilizzo degli antibiotici durante il primo anno di vita del bambino comporterebbe un aumento della costellazione di sintomi riconducibili a rinocongiuntivite, eczema atopico e asma. Gli antipiretici sarebbero maggiormente correlati all'asma e all'eczema atopico, mentre l'utilizzo del vaccino trivalente comporterebbe un aumento delle sole rinocongiuntiviti. Questo studio cercherebbe di fare luce su alcuni punti oscuri circa l'utilizzo dei farmaci in età precoce, ambito ove è pressante l'esigenza di far chiarezza attraverso studi e ricerche aggiornate. Chiaramente è auspicabile effettuare ulteriori ricerche al fine di poter avere a disposizione dati sempre attendibili. Per maggiori approfondimenti: Journal of Allergy and Clinical Immunology, Jan 2006, 117

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Il neonato e i meccanismi di autoregolazione innati: l’importanza di una valutazione psicofisiologica - Seconda parte

Come sottolineato nella prima parte dell’articolo la famiglia può incidere notevolmente sullo sviluppo, stimolando in modo adeguato determinate strutture innate del bambino. Nel caso di sofferenze perinatali tuttavia, ci si trova a osservare una serie di anomalie che concernono le sequenze comportamentali, quelle attentive e di interazione, e infine le modalità autoregolative. Ad esempio si potranno osservare difficoltà del ritmo sonno-veglia, facilità al pianto, a mantenere e focalizzare l'attenzione. Spesso si riscontrano in tali situazioni stati di ipereccitabilità, con i piccoli che necessitano continuamente di stabilizzazioni postulo-motorie. Si osserva quindi una minore capacità di adattamento autonomo, con difficoltà a organizzare le attività ritmiche (sonno e alimentazione). In queste situazioni sarebbe auspicabile iniziare una attività di "care" e di sostegno al piccolo, coinvolgendo le figure professionali in equipe costituite da medici, psicologi e anche dai genitori, proprio perché queste primissime fasi sono molto importanti per lo sviluppo futuro del bambino. Tutte queste caratteristiche peculiari del piccolo, fanno riflettere, lasciano senza dubbio affascinati, proprio perché ci si trova ad ammirare meccanismi autonomi ed innati, che riguardano la vita e il concetto stesso di sopravvivenza. Questo ci porta a comprendere non solo la potenza del patrimonio genetico e dei meccanismi maturativi ed autoregolatori innati, ma soprattutto l’influenza dei fattori ambientali e sociali. Ad ognuno di noi insomma viene affidato un bel terreno fertile da coltivare, del quale potremo sfruttare più o meno tutte le potenzialità, rispetto alla cura che ne avremo, agli ortaggi e agli alberi da frutto che potremo coltivare e rispetto a ciò che l’ambiente in cui vivremo potrà offrirci.

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Il bambino iperattivo da un punto di vista neuropsicologico - Seconda parte

(Continua dalla prima parte). Come detto precedentemente, da un punto di vista strettamente anatomico sembra che la corteccia prefrontale ed alcuni nuclei della base (nucleo caudato e globo pallido) dei bambini con ADHD siano proprio più piccoli di quelli dei bambini che non presentano tale disturbo. Le tecniche di analisi in vivo delle aree cerebrali mostrano che in queste zone vi è un consumo minore di ossigeno (e quindi minore afflusso ematico) da parte delle cellule cerebrali. In particolare queste cellule avrebbero una disfunzione dei sistemi dopaminergici (la dopamina è uno dei principali neurotrasmettitori che consentono ai neuroni di "comunicare" tra loro) e questo sarebbe uno dei meccanismi di base correlati al disturbo. Alla luce di tutti questi dati sperimentali, negli ultimi anni si è molto diffusa la terapia farmacologica, considerata spesso come una sorta di panacea per il disturbo. In particolare la sostanza che viene maggiormente utilizzata è chiamata metilfenidato. Questa altro non è che una amina secondaria appartenente alla categoria degli psicostimolanti. Il metilfenidato agisce semplicemente come modulatore della quantità di dopamina liberata durante la sinapsi. Questa permette quindi di migliorare la trasmissione di dopamina e soprattutto di rendere più efficace l'inibizione delle risposte e i processi discriminanti degli stimoli. Anche se la terapia farmacologica sembra dare buoni risultati credo che questa strada non debba essere percorsa unilateralmente, senza cioè essere associata alle terapie psicologiche. Non dimentichiamo che i principi attivi, anche se testati, possono sempre presentare degli effetti collaterali. In particolare evidenze cliniche nei bambini con ADHD che hanno assunto il farmaco hanno descritto la presenza di effetti quali diminuzione dell'appetito, insonnia, mal di stomaco, tic, variazioni dell'umore e ansia. In conclusione si può affermare che la terapia farmacologica di oggi è una strada valida ma che comunque essa deve essere affiancata ad altre forme di sostegno, considerando il problema in termini globali e ricordando sempre che il nostro bambino è un essere integrato e complesso.

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Il neonato e i meccanismi di autoregolazione innati: l’importanza di una valutazione psicofisiologica - Prima parte

E' molto importante osservare attentamente il neonato e il lattante perché una corretta analisi consente di monitorare determinati parametri, utili per fare una prima valutazione psicofisiologica. Questo tipo di osservazione può risultare utile in talune circostanze, quando ad esempio si presentano problematiche o complicanze neonatali (come nel caso di sofferenze ipossico ischemiche perinatali). E' molto interessante osservare eventuali anomalie del tono muscolare, dei riflessi, della postura. Il piccolo attraversa una serie di tappe caratterizzate da movimenti e aspetti peculiari. Ad esempio durante la fase denominata di Writhing (contorsione) il piccolo con sofferenze perinatali può presentare movimenti crampiformi sincroni, a scatti o poco fluidi. Ma quali possono essere i segni o i sintomi sospetti? Agitazione persistente, ipotonia o ipertonia, asimmetria della postura o dei movimenti, disinteresse per l'ambiente. Altri aspetti da considerare sono relativi a una eventuale presenza di ipereccitabilità o clonie marcate, persistente deviazione del capo, pianto patologico. In particolare il comportamento del piccolo viene valutato osservando i segni di autoregolazione e di stress. Il ruolo delle figure di attaccamento è fondamentale, anche in epoca precoce. Evidenze cliniche hanno dimostrato che già a 32-40 settimane gestazionali il piccolo è in grado di percepire gli stimoli esterni, che possono così divenire familiari. L'essere umano è già provvisto di un meccanismo di autoregolazione innato, ma come ben sappiamo il ruolo che l'ambiente familiare gioca è molto forte. .. continua ..

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Il bambino iperattivo da un punto di vista neuropsicologico - Prima parte

Il disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività (ADHD) che abbiamo descritto negli articoli precedenti è correlato a specifiche caratteristiche cerebrali. Negli ultimi anni i ricercatori si sono chiesti se se e in che modo il cervello del bambino con ADHD differisca (anatomicamente e/o funzionalmente) da quello di un bambino che non presenta lo stesso disturbo. Molti dati sperimentali hanno dato risposta affermativa, nel senso che il problema è associato a un disturbo neurobiologico che coinvolge una parte del cervello chiamata corteccia prefrontale. Chiaramente, il mio punto di vista, come ho più volte affermato, tende ad analizzare il problema globalmente, tenendo in considerazione soprattutto i fattori psicologici e sociali. Ma è evidente che vi è un forte correlato biologico e neurale. In particolare questa anomalia (che coinvolge oltre alla corteccia prefrontale anche i nuclei della base) presuppone una specie di alterazione nella elaborazione delle risposte per quel che concerne gli stimoli ambientali. Queste specifiche differenze che riguardano le aree cerebrali spiegano in qualche modo le palesi difficoltà di autocontrollo del bambino nella pianificazione di procedure complesse (definite funzioni esecutive). Questo sembra comportare un deficit nella memoria a breve termine. Una situazione del genere è inoltre caratterizzata da difficoltà di selezione e focalizzazione dell'attenzione. Il disturbo è correlato quindi a un deficit della corteccia prefrontale proprio perché quest'ultima ha un ruolo di modulazione dell'attenzione. Questa area del cervello (in particolare l'area mediale della corteccia prefrontale) ci aiuta in un certo senso a scegliere determinati comportamenti in risposta alle diverse sollecitazioni ambientali. Queste funzioni ci permettono ad esempio di emettere una determinata risposta o al contrario di inibire una nostra azione (response inhibition). .. continua ..

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Il mio punto di vista sulla Psicologia - Prima parte

Credo che la Psicologia debba essere intesa innanzitutto come una scienza. Troppo spesso infatti è stata confusa o assimilata a una miriade di discipline, in un multiforme e variegato contenitore comprendente approcci spesso lontani da un metodo rigoroso e sperimentale. Questo ha spesso contribuito ad alimentare una valutazione non propriamente corretta della disciplina e delle sue potenzialità. Essendo quindi la Psicologia una disciplina scientifica, l’impalcatura di base è quella del metodo sperimentale appunto, che si fonda sulla ricerca e sulla falsificabilità delle ipotesi. Come tale essa può quindi trovare numerose applicazioni, nel senso che può essere utile in molti modi al soddisfacimento dei bisogni di una società complessa come quella attuale. Grazie alle conoscenze acquisite in tanti anni di studi e di ricerche, oggi la Psicologia può trovare spazi sempre crescenti in molti ambiti, come quello legato al mondo del lavoro, dell’economia, dell’educazione e della prevenzione e anche in ambiti tutto sommato nuovi (si pensi alla Psicologia dell’emergenza).Tuttavia il punto centrale e strategico della Psicologia è riconducibile alla clinica e al tema della salute.

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Breve neuropsicologia della depressione

Per quel che concerne i disturbi dell'umore, trovandosi in presenza di una alterazione della sfera neurovegetativa, é possibile affermare che vi é sempre un coinvolgimento delle componenti somatiche. Da questo punto di vista basta considerare tutte le alterazioni che riguardano il ritmo sonno veglia, quelle concernenti la sfera sessuale (frequentemente con scomparsa o diminuzione del desiderio sessuale) e quelle che riguardano l'alimentazione e gli stili alimentari. Classicamente é possibile individuare nell'alterazione della concentrazione sinaptica delle amine biogene il cluster di riferimento neurobiologico, focalizzando quindi l'attenzione sull'attività di serotonina, noradrenalina e dopamina. Nella depressione vi sarebbe in particolare una alterazione dei sistemi serotoninergici, tanto che i farmaci che bloccano il reuptake della serotonina (SSRI) o quelli che agiscono sui recettori serotoninergici sono tra i più comunemente utilizzati per questo disturbo. I farmaci SSRI (paroxetina, citalopram) possono essere considerati di ultima generazione e probabilmente hanno una maggiore efficacia rispetto ai vecchi antidepressivi triciclici (ATC) o agli inibitori della monoaminossidasi (IMAO). Tuttavia é necessario considerare i processi neurochimici coinvolti nell'ottica della complessità. Evidentemente rilevanti sono pure le alterazioni dei sistemi noradrenergici, in quanto vi sarebbe una bassa disponibilità sinaptica del neurotrasmettitore nei pazienti depressi. Per quel che concerne gli aspetti neuroanatomici si é potuta constatare una riduzione del livello di attività delle aree cerebrali frontali, nonché della corteccia paralimbica temporale anteriore e delle zone parietali. Sarebbero pure coinvolte alcune aree del sistema limbico (ipotalamo e mesencefalo) in grado di influenzare i processi maturazionali del paziente depresso. Altri studi (Gold et al., 1998) hanno evidenziato ulteriori possibili influenze, quali una ipersecrezione dell'ormone della corticotropina (CRH) nonché alterazioni dell'asse ipotalamo-ipofisi-tiroide (HPT).

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ADHD e comportamento impulsivo: coinvolgere i bambini iperattivi grazie alla "Self-istruction"

Una tecnica interessante da utilizzare per il contenimento dei bambini iperattivi o con diagnosi di ADHD é quella della "self-istruction". La messa in atto di tale procedura può essere d'aiuto per limitare e gestire i comportamenti impulsivi del piccolo. Attraverso uno schema prestabilito si insegna al bambino come iniziare a risolvere i problemi utilizzando strategie "self-talk". Si inizia in sostanza suddividendo le procedure di soluzione dei problemi in varie tappe, che comprendono l'identificazione del problema, la generazione di alternative, la realizzazione della soluzione. Questa sorta di suddivisione permette al bambino di affrontare le situazioni in modo elementare e probabilmente é utile proprio per compensare i problemi del bambino con ADHD legati all'autocontrollo. Per migliorare queste abilità di autocontrollo anche nell'ambito delle attività scolastiche é consigliata la messa in atto di un intervento centrato sulle capacità di comprensione del testo e di problem-solving. Gli studi che riguardano l'ADHD sono numerosissimi e certamente é questo un ambito di studio su cui si sta concentrando sempre maggiore attenzione. Probabilmente ciò potrebbe essere imputabile ad un aumento di diagnosi di ADHD e di iperattività tra i bambini. In particolare sembra che i deficit attentivi riguardino prevalentemente l'attenzione controllata. Ciò significa che il bambino iperattivo riesce scarsamente a controllare e mantenere l'attenzione. E da un punto di vista strategico vi sarebbe proprio un deficit di regolazione. Secondo Barkley tale deficit riguarderebbe in particolare le funzioni connesse all'inibizione comportamentale. Vi sarebbero quindi evidenti difficoltà da parte del bambino nell'individuare corrispondenze e associazioni tra stimoli, nonché nel controllare le interferenze.

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Breve neuropsicologia dell'aggressività

Esistono dei correlati biologici all'aggressività? E' possibile che vi siano alterazioni a livello neuronale? La risposta a queste domande é senz'altro affermativa, ormai sembra non vi siano più dubbi. Specificatamente sarebbe possibile individuare nel caso dell'aggressività alterazioni del funzionamento del sistema limbico e/o della corteccia frontale. Da un punto di vista neurochimico le ricerche hanno evidenziato il ruolo centrale della serotonina come neurotrasmettitore implicato nella messa in atto di comportamenti aggressivi. Tutte le alterazioni sarebbero in sostanza implicate nella perdita del controllo inibitorio sul comportamento. Si é notato che se i danni concernono le aree frontali della corteccia cerebrale i pazienti hanno maggiori difficoltà a comprendere le conseguenze delle loro azioni su di se e sugli altri. Per quel che concerne il sistema limbico sarebbe l'ipotalamo ad avere un ruolo centrale per la genesi dei comportamenti aggressivi. Lesioni o tumori che interessano questa regione possono favorire la messa in atto di comportamenti aggressivi, anche di tipo istintuale. Da un punto di vista farmacologico si sono dimostrati utili i farmaci in grado di aumentare l'azione serotoninergica (tipo SSRI, inibitori selettivi del reuptake della serotonina o precursori della serotonina, come il triptofano) proprio perché centrale é il ruolo di questo neurotrasmettitore per la genesi dei comportamenti aggressivi.

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Diagnosi di depressione fra i pazienti affetti da epilessia. Una incidenza specifica

Recentemente è stata evidenziata una certa correlazione tra epilessia e crisi depressive. Questo presupporrebbe la presenza di alcuni meccanismi di base comuni. Tale evidenza sarebbe abbastanza rilevante, essendo l’epilessia una malattia neurologica cronica che colpisce diverse decine di milioni di soggetti nel mondo, soprattutto in considerazione dei diversi stili di vita e della qualità della vita conseguente. La ricorrenza della diagnosi di depressione tra i pazienti affetti da epilessia ha infatti una forte ricorrenza, stimata in almeno il 20% dei pazienti epilettici totali. Tale incidenza aumenterebbe nel caso di pazienti epilettici farmacoresistenti. Chiaramente tale incidenza potrebbe essere dovuta anche a fattori ambientali, o più semplicemente agli effetti sull’umore di alcuni farmaci antiepilettici (Boylan et al., 2004). Alcuni studi hanno peraltro ipotizzato che epilessia e depressione sarebbero caratterizzate entrambe da un coinvolgimento di medesime strutture cerebrali. Chiaramente questi dati necessitano di ulteriori studi e approfondimenti, vista la complessità delle variabili coinvolte. Considerata quindi l’importanza della qualità di vita (qui sottolineata più volte) è assolutamente auspicabile un intervento nei pazienti epilettici depressi, e ancor più se si considerano le ideazioni e i tentativi suicidiari come un forte fattore di rischio nei pazienti depressi.Tutte queste evidenze sottolineano la necessità di prendere in considerazione questa eventuale comorbidità, effettuando studi specifici preventivi sui pazienti, al fine di tutelarne quanto più possibile la qualità di vita.

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Il contenimento dell’iperattività nei bambini con ADHD: un aiuto dalla Token economy - Seconda parte

Il bambino iperattivo (continua dalla Prima parte) deve essere correttamente rinforzato ogni qualvolta si ottenga un contenimento funzionale del suo comportamento. Ogni obiettivo raggiunto, anche parziale, dovrà essere opportunamente sottolineato. Un premio tangibile rappresenta, specie per i bambini, un rinforzo piacevole che fornisce motivazione ed energia per la conquista di obiettivi successivi riconducibili a macrocomportamenti via via più complessi (unità molari). Come avviene ad esempio con la tecnica della token economy il bambino acquisisce punti (o gettoni) per ogni piccolo traguardo raggiunto. Una volta accumulato un certo numero di punti o di gettoni (e quindi una volta messo in atto un certo numero di comportamenti adeguati) il piccolo potrà ricevere il premio desiderato e concordato in precedenza. La semplicità del principio non deve sorprendere. Le leggi dell’apprendimento sono di per se semplici, nel senso che le regole su cui si basano sono intuitive, ma allo stesso tempo permettono di poter gestire strumenti in grado di permettere la modificazione del comportamento. Una attenta valutazione clinica è in questi casi imprescindibile, e deve focalizzarsi non esclusivamente sul bambino ma sull’ambiente familiare e scolastico (è di vitale importanza infatti istruire anche gli insegnanti). Così l'utilizzo di piccoli rinforzi rappresenta una strategia molto potente, in grado di ottenere discreti risultati anche in situazioni complesse e delicate come quelle in cui si deve contenere il comportamento di un bambino con diagnosi di ADHD.
ADHD e iperattività devono essere affrontate e gestite nel modo più sereno possibile.

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L’insonnia influisce sulla qualità della vita

L'insonnia contribuisce purtroppo all'abbassamento della qualità della vita ed è correlata a una serie di variabili specifiche. Innumerevoli studi e ricerche hanno mostrato in modo evidente che soggetti sofferenti d'insonnia cronica presentano una qualità della vita mediocre sia da un punto di vista fisico che psichico. Studi epidemiologici hanno stimato che circa un terzo della popolazione generale ha sperimentato di recente almeno un sintomo collegato ad insonnia, mentre soffrirebbe di insonnia cronica (quella più grave) circa il 10-15% della popolazione totale. In genere chi soffre d'insonnia accusa fatica, stanchezza cronica, problemi di memoria e di concentrazione. L'abbassamento di concentrazione farebbe peraltro aumentare il rischio di incorrere in incidenti stradali e questo aspetto enfatizza ulteriormente il forte impatto sociale che il disturbo presenta. Un altro aspetto importante è l'impoverimento delle performance lavorative, collegabile direttamente alla vita sociale dei soggetti. Si è osservato infatti che in caso di insonnia cronica le persone tendano ad avere un abbassamento della produttività lavorativa, con un peggioramento delle capacità mnestiche e delle abilità di decision making. Vi sarebbe inoltre un aumento del tasso di assenteismo e di allontanamento dal lavoro per malattia. L'insonnia presenta anche una comorbidità con altri disturbi, specialmente con la depressione. Per tutti questi aspetti l'insonnia ha un costo molto alto non solo per il singolo individuo, ma anche in termini sociali e per la collettività, con conseguenze che incidono pesantemente sul sistema economico. Questo dovrebbe sensibilizzare maggiormente l'opinione pubblica, in modo che possano essere facilmente attuate delle politiche specifiche e dei programmi di prevenzione, individuando strategie che consentano di promuovere la salute biopsicosociale e la qualità della vita.

Adolescenti depressi e rischio sovrappeso: una relazione interessante - Seconda parte

Ci eravamo lasciati sostenendo una tesi precisa e cioè che più la depressione insorge in età precoce, più forte sarà la probabilità di una obesità futura. Gli adolescenti depressi in particolare sarebbero in qualche modo più predisposti a un futuro stato di sovrappeso, e questo avverrebbe ancor più nel caso delle femmine. Queste ultime infatti sarebbero maggiormente a rischio dei maschi e avrebbero 2.5 volte più probabilità di diventare obese rispetto alle adolescenti non depresse. Gli effetti della depressione in età adolescenziale sull'obesità sarebbero di gran lunga più forti di quelli che ad esempio ha il fumo passivo sullo sviluppo del cancro. Questo aspetto dovrebbe far riflettere, soprattutto se si ragionasse saggiamente, considerando globalmente il concetto di benessere anche e soprattutto da un punto di vista politico per la prevenzione in adolescenza. Quanto ancora c’è da fare in un ottica di prevenzione? E' stato fatto tutto il necessario o ci sono ancora margini di miglioramento? Io penso proprio di si, perché ancora troppo poco lavoro è stato fatto per mettere a punto dei programmi pensati specificatamente per gli adolescenti, anche in tema di educazione alla salute (si stima che la depressione sia in aumento tra gli adolescenti e che questi facciano sempre più abuso di psicofarmaci). Vi sarebbero quindi delle evidenze a favore di una correlazione tra depressione in età adolescenziale (specie nelle femmine) e successivo aumento di peso o obesità. I risultati di questo studio hanno delle importanti implicazioni da un punto di vista clinico e sociale in quanto sottolineano la necessità di mettere a punto interventi per il trattamento e la prevenzione della depressione durante l'adolescenza, nell'ottica di ridurre il rischio di obesità in età adulta e di promuovere un miglioramento complessivo della salute correlata alla nostra qualità di vita.

Bambini davanti alla televisione: iperattività ed errati modelli educativi

Probabilmente non abbiamo idea del tempo reale impiegato dai nostri bambini davanti alla televisione, un dato che peraltro è aumentato fortemente proprio negli ultimi anni. Guardare la tv è un comportamento che occupa uno spazio primario del tempo libero dei bambini, tanto che psicologi, pediatri e pedagogisti hanno cominciato a porsi (per la verità già da un po’ di tempo) numerosi interrogativi riguardo agli effetti di tale abitudine sullo sviluppo del piccolo, soprattutto per quel che concerne le capacità cognitive e relazionali. Più della metà dei bambini di età scolare guarda la televisione già al mattino, mentre fa colazione, ma il dato più preoccupante riguarda il tempo impiegato: pare che uno su dieci guardi la tv per più di 5 ore al giorno e sembra che questo possa avere un forte impatto per lo sviluppo del pensiero del bambino. E' troppo, anche alla luce di alcuni dati oggi disponibili. Vi sarebbero infatti alcune interessanti relazioni tra il tempo passato davanti alla tv e la possibilità di avere bambini iperattivi, con una aumentata diagnosi di ADHD. Tale correlazione risulterebbe tanto maggiore quanto più elevata l’esposizione davanti alla tv (più di tre ore al giorno). Questo avverrebbe per un duplice motivo. Da un lato, una alterazione del normale sviluppo cerebrale sarebbe imputabile al continuo e veloce flusso di immagini subite passivamente dai bambini, tale da non potere essere correttamente assimilato. L'abitudine a guardare la tv per molto tempo, appresa fin da piccoli, sarebbe causa inoltre di una difficoltà a concentrarsi per eseguire compiti specifici e prestabiliti. Anche i contenuti, relativi cioè a quello che i bambini guardano, non sono da trascurare, anzi. Le continue scene di violenza a cui assistiamo quotidianamente non fanno altro che trasmettere modelli errati, basati sulla violenza, sull'intolleranza e sul non rispetto reciproco, in una sorta di palcoscenico ove conta solo l'apparire e l'appagamento dei propri bisogni, senza esclusione di colpi, anche a scapito dei diritti altrui.

Adolescenti depressi e rischio sovrappeso: una relazione interessante - Prima parte

Un po’ di tempo fa ho letto un articolo molto interessante, pubblicato sul Journal of Health Psychology e che ha rafforzato ulteriormente la convinzione circa il fatto che il piano fisico e quello psichico sono sempre strettamente collegati e si influenzano reciprocamente. In particolare una ricerca condotta da Bruce Blaine del St. John Fisher College di New York ha cercato di mettere in luce eventuali relazioni esistenti tra depressione e obesità. L’ipotesi iniziale era relativa a un possibile effetto predittivo della depressione circa l'aumento di peso. Una ipotesi molto interessante quindi, soprattutto alla luce del fatto che ancora molti processi e dinamiche a riguardo risultano poco chiare. In particolare, esiste tale relazione? E se si, in che modo una struttura depressogena potrebbe facilitare l’aumento di peso? Certo è che la letteratura evidenzia da molti anni una certa correlazione tra obesità e alcune malattie croniche. Malattie cardiovascolari o l'ipertensione infatti, sono state da sempre associate ad uno stato di sovrappeso. Questa ricerca, che ha analizzato i dati di 16 studi precedenti, ha messo in luce certe tendenze interessanti. Innanzitutto è ipotizzabile che i soggetti depressi tendano a mangiare in modo diverso, con un comportamento alimentare cioè meno adattivo, magari scegliendo cibi ad alta densità calorica o facendo meno attività fisica. E' immaginabile quindi una sorta di influenza indiretta dello stato depressivo su un possibile aumento di peso, così come è possibile che l'utilizzo di antidepressivi possa giocare un ruolo in tal senso, anche se questi effetti sul cambiamento di peso sono ancora poco noti e non del tutto chiari. L'analisi dei dati a disposizione ha permesso di mettere in evidenza una certa correlazione tra le variabili in questione, relazione che diventerebbe più forte a determinate condizioni. I risultati hanno dimostrato infatti che più la depressione insorge in età precoce, più forte sarà la probabilità di una obesità futura. … continua

Aspetti cognitivi nella valutazione psicologica dei pazienti in attesa di trapianto - Seconda parte

(Continua dalla prima parte) Costrutti mentali del paziente non sufficientemente elaborati possono determinare infatti le basi per un disagio psichico successivo e pregiudicare quindi tutto il lavoro svolto. Una volta analizzati attentamente i vissuti, le fantasie ed i pensieri irrazionali del paziente é necessaria quindi una opportuna ristrutturazione cognitiva volta a "smantellare" il sistema di credenze del paziente. Quest'ultimo presenta in genere alcune caratteristiche comuni, ma si é potuto costatare con la pratica clinica che le fantasie ed i timori che su di esse si basano possono differire in base alla tipologia di trapianto e all'organo che é coinvolto. Così ad esempio, i pazienti cardiaci in attesa di trapianto di cuore possono riferire timori altamente irrazionali, legati a pregiudizi anche di stampo culturale. Spesso temono di ereditare caratteristiche emotive ed affettive proprie del donatore, acquisite in seguito all'intervento. Questo perché il cuore é da sempre associato alla sfera dell'amore e dei sentimenti. Evidentemente questo é un campo di ricerca molto importante ma che necessita di continui approfondimenti al fine di migliorare ulteriormente la pratica clinica. Sarebbe interessante ad esempio poter disporre di una analisi minuziosa di tutte le idee irrazionali tipiche dei pazienti in attesa di trapianto, così da poter lavorare su di essi e ridurre al minimo le possibili conseguenze nelle fasi successive. Ristrutturazione cognitiva e psicoeducazione rappresentano in questo senso strumenti indispensabili.Da un punto di vista sperimentale questi dati potrebbero essere utili anche per la costruzione di nuovi strumenti di misura e per facilitare l'individuazione delle aree più delicate su cui lavorare.

Bambini iperattivi con ADHD: efficacia del trattamento combinato e multimodale

Appare ormai chiaro che i migliori interventi sui bambini iperattivi e con diagnosi di ADHD sono quelli combinati, più spesso definiti multimodali. Tale evidenza è stata dimostrata da numerosi studi. In particolare uno studio coordinato dal National Institute of Mental Health (NIMH) degli Stati Uniti ha messo a confronto diverse tipologie di trattamento per bambini con ADHD. Utilizzando un campione di 579 bambini con diagnosi di ADHD di età compresa tra i 7 e i 9 anni è stato messo a confronto il trattamento psicologico e comportamentale intensivo con il trattamento farmacologico e con quello combinato farmacologico e psicologico comportamentale. Le tecniche utilizzate nel trattamento psicologico e comportamentale intensivo sono il parent training, il behavior modification e social skill training per bambini ed il training e supervisione per gli insegnanti. I risultati dello studio hanno evidenziato l'efficacia del trattamento combinato psicologico comportamentale e farmacologico. Il ricorso ai farmaci infatti, se attentamente combinato, rappresenta una risorsa abbastanza efficace. Il ricorso al trattamento combinato ha molteplici vantaggi. Lo studio ha messo in evidenza un miglioramento delle relazioni tra coetanei ed un aumento della soddisfazione da parte dei genitori a seguito di tale protocollo.Chiaramente è necessario che ogni intervento clinico sia opportunamente pensato per il soggetto. La personalizzazione è altamente auspicabile, compresa un ampia valutazione del caso.

Aspetti cognitivi nella valutazione psicologica dei pazienti in attesa di trapianto - Prima parte

La valutazione psicologica dei pazienti che devono essere inseriti in lista d'attesa per un eventuale trapianto presenta alcuni aspetti molto interessanti. In genere, per quel che concerne la pratica clinica, alla fase propriamente anamnestica segue una fase successiva del colloquio che consente di raccogliere informazioni specifiche. Da un punto di vista più propriamente cognitivo é possibile che il paziente riferisca una costellazione di pensieri irrazionali e fantasie collegate al trapianto e alle sue eventuali conseguenze. Attraverso domande opportune, che aiutano il paziente a focalizzare tali pensieri, é possibile scandagliare i vissuti associati ad ansie e timori specifici. Alle volte i pazienti hanno false credenze circa il trapianto e queste a loro volta possono generare false aspettative rispetto all'intervento. Alle volte ansie e paure si basano su preconcetti errati che sono alimentati anche dai pregiudizi culturali. Da un punto di vista clinico uno degli obiettivi principali del lavoro svolto concerne chiaramente una piena riabilitazione del paziente. Riabilitazione che guarda al suo benessere globale, inteso come salute fisica ma anche psicologica. Questo presuppone non solo che l'intervento riesca perfettamente da un punto di vista tecnico ma anche e soprattutto che il paziente viva la sua "nuova vita" serenamente e senza alcuna preoccupazione.Il lavoro dello psicologo é quindi molto importante e consente non solo una valutazione iniziale del caso ma anche di prevenire eventuali problemi correlati alle fasi successive dell'intervento. …Continua