Come fare a ottenere che nostro figlio si comporti come vogliamo e in modo adeguato?
A tal proposito é possibile utilizzare al meglio gli insegnamenti che derivano dalle teorie dell'apprendimento, in modo da gestire i pattern comportamentali attraverso specifici rinforzi.
Quando vostro figlio mette in atto un comportamento inadeguato, potete ad esempio ignorare l'evento, facendo in modo però che sia chiaro al bambino che la risposta data in quell'occasione è ben diversa da quella che dareste nel caso in cui il piccolo si comporti come voi volete. Quando il bambino emette un comportamento che voi giudicate come appropriato rinforzatelo infatti opportunamente: il bambino dovrà essere ricompensato rispetto alla situazione contingente.
Il bambino in questo caso dovrà comprendere la relazione esistente tra il comportamento emesso, l'esito della sua risposta e la vostra reazione. Questo deve comportare per il bambino un evento piacevole, e può essere utilizzato l'elogio quale rinforzo.
Il piccolo comprende così ciò che ci si aspetta da lui in termini di comportamento desiderato e soprattutto che esistono regole ben definite da rispettare.
Consiglio ai genitori di decidere sempre di comune accordo quali sono i comportamenti adeguati per il bambino e quali sono le norme che deve rispettare.
Se le figure di accudimento non sono concordi circa regole e pratiche educative il bambino avrà maggiori difficoltà a comprendere esattamente ciò che ci si aspetta da lui.
L'obiettivo di ogni genitore è quello di veder crescere al meglio il proprio bambino e di educarlo nel migliore dei modi, così che si sviluppi come un individuo sano e in grado di far fronte adeguatamente alle sfide della vita.
Dal contributo teorico della RET (Terapia Razionale Emotiva) di Ellis e dagli studi successivi sappiamo oggi che i vissuti e le emozioni non sono una conseguenza tanto degli eventi esterni, oggettivi e contingenti, quanto piuttosto della nostra interpretazione circa gli eventi stessi. Ciò che ci rende felici o tristi deriva insomma da come noi valutiamo gli eventi.
Da ciò deriva che è fondamentale conoscere a fondo le modalità di pensiero coinvolte nell'interpretazione di tutto ciò che accade attorno a noi.
Tuttavia se è abbastanza agevole far comprendere a un adulto la relazione che passa fra emozioni, pensieri e comportamento non si può affermare altrettanto quando si lavora con i bambini.
Se riuscissimo a far comprendere ai bambini le loro emozioni negative sarebbe poi più facile poterle trasformare.
La consapevolezza degli stati emotivi e dei processi cognitivi sottostanti, anche elementari, consente al bambino di potere utilizzare questi dati per migliorare la sua capacità di fronteggiare le situazioni della vita quotidiana, migliorando le capacità di coping.
Si aiuta quindi il bambino a trasformare in modo costruttivo le proprie emozioni, avvalendosi di vere e proprie esperienze di apprendimento.
Si può ad esempio insegnare al bambino a riconoscere i propri stati d'animo, evidenziando come le emozioni si manifestino a volte a intensità diverse.
Questo può avvenire inizialmente facendo compilare al bambino un questionario emotivo comportamentale e successivamente facendogli svolgere una serie di attività che gli facilitino il compito: far dare un nome alle emozioni o ad esempio far associare una certa emozione a una specifica espressione del viso, così da poter costruire una vera e propria tabella delle emozioni.
Se si lavorerà bene a questo livello si potranno poi cogliere risultati migliori nelle fasi successive, nel senso che sarà poi più facile aiutare il bambino a trasformare le proprie emozioni negative.
Riuscire in tal senso ha un importanza fondamentale. Basta considerare che le emozioni negative sono in grado di interferire con le attività del piccolo, peggiorando ad esempio il rendimento scolastico o abbassando l'autostima e la capacità di coping.
Ciò potrà influenzare lo sviluppo successivo, compresa la capacità di generare comportamenti sociali adeguati, quali le competenze prosociali e la capacità di cooperazione.
Durante l’implementazione di un piano terapeutico dedicato al trattamento dell’ADHD si tende a volte a concentrare l’attenzione esclusivamente al bambino, che è il soggetto maggiormente coinvolto dal disturbo.
Ma tale chiave di lettura è senza dubbio superficiale, in quanto non considera sufficientemente l’importanza del lavoro con i genitori.
Al di la del fatto che il contesto sociale e familiare è strategicamente fondamentale per la valutazione clinica, non si deve dimenticare l’importanza che hanno i genitori per la funzione di supporto al bambino iperattivo.
I genitori inoltre possono essere sotto pressione e vivere una situazione delicata per tutta una serie di motivi che non è difficile immaginare.
Lavorare attentamente con i genitori è quindi una necessità, diventa necessario poter modificare eventuali comportamenti non adeguati da parte delle figure di accudimento.
Attraverso tecniche di psicoeducazione si devono fornire ai genitori tutte le informazioni possibili circa sintomi, prognosi, decorso clinico e terapie.
La famiglia quindi è una risorsa importante e certo atteggiamenti disfunzionali al suo interno potrebbero aggravare il quadro clinico del bambino iperattivo.
Uno dei più conosciuti programmi per migliorare le performance di problem solving sociale dei bambini é quello proposto da Spence, noto per far interpretare al bambino il ruolo del "social detective".
Il programma é diviso in tre fasi: fase 1. I bambini vengono incoraggiati a non agire in modo impulsivo, e a cercare piuttosto di fermarsi a riflettere per identificare il problema sociale; fase 2. Costituita da diverse sottofasi: ai bambini verrà insegnato a rilassarsi (soprattutto per ridurre ansia e iperattività), a generare soluzioni alternative e a valutare le conseguenze delle opzioni di scelta individuando la soluzione ottimale. L'ultima sottofase é rappresentata da una ristrutturazione cognitiva per sostituire i pensieri disadattivi; fase 3. Si insegna ai bambini a essere più efficaci circa le competenze sociali e a mettere in atto correttamente il programma, valutandosi così in modo più positivo.
Quando i bambini si trovano in una condizione di inadeguatezza sociale possono presentare una serie di deficit comportamentali e cognitivi.
I deficit comportamentali possono coinvolgere: abilità di ascolto, latenza della risposta, distanza sociale, tono, volume e chiarezza dell'eloquio, postura scorretta, mancanza di contatto oculare.
Le difficoltà dei bambini circa le competenze sociali possono essere relative a pattern comportamentali più complessi ed investire ad esempio la capacità di porre domande, di offrire e chiedere aiuto, di affermarsi con il gruppo dei pari, nonché la capacità di sostenere la conversazione.
I deficit cognitivi possono interferire con la capacità di comprendere adeguatamente le regole sociali e di interpretare correttamente le informazioni. A volte le difficoltà possono riguardare la capacità di decentrarsi e di assumere la prospettiva degli altri (perspective taking) nonché deficit specifici di problem solving. In questo caso le difficoltà del bambino riguardano la possibilità di identificare i problemi e gli obiettivi e di generare risposte plausibili ed efficaci.
In queste situazioni sarebbe utile un training sulle competenze sociali. Vedremo più avanti come attuare praticamente un progetto per potenziare le competenze sociali dei nostri bambini.
Gestire un bambino iperattivo è sicuramente molto stressante per i genitori, i quali si trovano a dover far fronte a una situazione difficile e che comporta anche un certo grado di ansia.
Tuttavia alla base delle condotte aggressive del bambino vi possono essere a volte alcuni atteggiamenti genitoriali.
Spesso bambini inseriti in contesti familiari ove vi sono forti conflitti coniugali possono presentare maggiori condotte aggressive rispetto ai bambini che vivono in contesti ove non sono presenti conflitti tra i genitori o le figure di accudimento.
Inoltre un basso coinvolgimento emotivo dei genitori (con uno stile di attaccamento evitante e poco calore umano) può facilitare anche l'utilizzo di pratiche punitive o coercitive.
Si sconsiglia l'utilizzo di pratiche punitive da parte dei genitori in quanto tali modalità, improntate a una eccessiva disciplina, potrebbero rappresentare un fattore di rinfozo dell'aggressività stessa del bambino.
E' necessario semmai programmare una strategia di tipo comportamentale che possa scoraggiare le condotte aggressive del piccolo.
Sarebbe auspicabile in questo caso un parent training specifico che consenta ai genitori di possedere gli strumenti per utilizzare i rinforzi corretti e gli elogi ogni qualvolta il bambino si comporta nel modo desiderato.
In genere gli adulti vengono trattati con una ristrutturazione cognitiva per modificare i pensieri disfunzionali. Tuttavia effettuare una ristrutturazione cognitiva ai bambini è cosa ben diversa.
Affinché questa via possa essere praticata è necessario che i bambini comincino ad avere coscienza dei loro pensieri, che inizino cioè ad avere capacità metacognitive (come riflettere su di se e sui propri pensieri).
In genere è intorno ai 7-8 anni che i bambini cominciano a riflettere sul contenuto dei loro pensieri e sull'influenza che questi possono avere circa gli avvenimenti e le cose. Per tali motivi è sconsigliata una ristrutturazione cognitiva diretta a bambini al di sotto di questa età.
Fatta questa premessa è necessario considerare che, data l'età dei piccoli, è auspicabile l'utilizzo di metodi improntati a semplicità e facilità di utilizzo, nonché caratterizzati da un linguaggio semplice. e comprensibile.
Si potranno utilizzare allora cartoni animati, storie, giocattoli e tutto ciò che potrà contribuire a rendere i concetti più comprensibili per il bambino.
Utilizzando ad esempio fumetti, cartoni o storie che hanno per protagonisti altri bambini, si potrà far comprendere con più facilità la relazione esistente fra pensieri, sentimenti e comportamenti.
L'obiettivo è quindi quello di insegnare ai bambini a riconoscere i pensieri che si attivano in certe situazioni e i sentimenti provati in quel momento.
Chiediamo allora ai nostri bambini di ricordare ad esempio quando è stata l'ultima volta che hanno provato qualcosa di negativo, che si sono sentiti tristi o spaventati. Dovranno descrivere con precisione la situazione, cercando di raccontare i pensieri di quel momento.
E' possibile inoltre assegnare loro dei compiti a casa. I bambini dovranno compilare un foglio e descrivere situazioni e pensieri associati, così da scrivere una specie di diario ove vengono registrati i pensieri disfunzionali.Quando i bambini avranno identificato i pensieri che non vanno potranno allora iniziare a sostituirli con quelli più adattivi, cioè con quelli più idonei a garantire un "lieto fine" per la situazione ritenuta prima di allora critica.
La gestione del bambino iperattivo è considerata da molti come una attività complessa e impegnativa, che richiede energie e tanto tempo a disposizione.
Evidente è questo un problema delicato e che lascia un segno nel bambino e in chi si prende cura di lui.
Insegnanti e genitori adottano innumerevoli strategie per coinvolgere il bambino in attività che possano in qualche modo contenere questa iperattività dilagante.
Tuttavia il più delle volte ci si sente impotenti di fronte a risultati non sempre soddisfacenti.
Cosa fare allora? Possiamo provare innanzitutto a coinvolgere il piccolo, spingendolo a fare piccoli passi, attraverso esercizi che abbiano il sapore del gioco. Attraverso approssimazioni successive si può provare a contenere l'iperattività del bambino, nella direzione di unità comportamentali maggiormente funzionali.
L'obiettivo è quello di far comprendere al bambino che esistono delle regole e che è necessario dover adeguare il proprio comportamento alle diverse situazioni e ai diversi contesti.
La teoria dell'apprendimento ci ha lasciato una grande eredità, probabilmente non ancora compresa appieno. Utilizzando infatti specifiche strategie di apprendimento, attraverso la manipolazione di stimoli e risposte, utilizzando rinforzi e ricompense è possibile modificare le singole unità comportamentali giudicate disfunzionali.
Questo approccio, unito a una strategia multimodale (che comprenda sostegno psicoterapeutico e farmacologico) può essere di aiuto per migliorare il funzionamento globale del bambino.
Sembra che la frequenza di diagnosi di iperattività sia aumentata a dismisura negli ultimi anni, e non è facile comprendere le motivazioni e le cause di questo fenomeno.
Il fatto che sempre più bambini iperattivi vengano individuati può essere dovuto senz’altro a una maggiore accuratezza della diagnosi, effettuata con maggior precisione rispetto al passato.
In ogni caso sembra evidente un aumento reale e innegabile del fenomeno.
Praticamente chiunque conosce o ha esperienza diretta di bambini iperattivi, difficilmente gestibili sia in casa che in classe. E le maestre e i genitori sanno bene di cosa stiamo parlando.
Probabilmente questo accade oggi più che in passato per il fatto che il bambino e il suo sistema cognitivo si trovano a dover gestire un maggior carico di informazioni.
Gli impegni scolastici, le innumerevoli attività, l'attenzione divisa fra molteplici cose da fare sembra abbiano un ruolo nell'innescare il sovraccarico.
Tale sovraccarico è poi ulteriormente sollecitato da un uso eccessivo di computer, di videogiochi e tv. Tutte attività che andrebbero monitorate seriamente dagli adulti, diminuite e gradualmente sostituite con il gioco tra pari, le attività ludiche all'aria aperta, la stimolazione della creatività anche attraverso il disegno.
Le difficoltà del sonno più comuni nei bambini riguardano problemi nel prepararsi ad andare a letto, risvegli precoci nel cuore della notte o la mattina presto, incubi e terrori notturni.
In genere i problemi cominciano quando il bambino é accostato ripetutamente al seno o al biberon e la suzione viene quindi associata all'addormentamento. Queste situazioni possono ostacolare l'addormentamento in quanto spesso facilitano una sorta di dipendenza rispetto all'attivazione di pattern consolatori.
Dovrebbe pertanto essere evitata l'associazione tra l'addormentamento del piccolo e certi comportamenti, evitando cioè di creare l'apprendimento di sequenze comportamentali che a lungo andare creano problemi o dipendenza.
Tutto questo inoltre può generare delle aspettative nel bambino, il quale comprenderà che il genitore potrà coccolarlo o portarlo con se nel lettone se piange o se si rifiuta di andare a dormire, innescando così una serie di rinforzi messi in atto proprio dai genitori (tipo maggior tempo impiegato per giocare o guardare la televisione).
Per porre rimedio a situazioni simili é necessario che i genitori assumano un comportamento chiaro nei confronti del bambino e che prendano le decisioni con una certa sicurezza.
I genitori devono meglio interpretare i segnali del piccolo: il pianto ad esempio non sempre indica un bisogno impellente o la necessità di alimentarsi. Spesso esso indica un bisogno di compagnia e può essere utilizzato dal bambino per ottenere vicinanza e/o coccole.
I genitori devono evitare di confondere le attività di nutrizione con quelle relative alle pratiche di addormentamento.
Consiglio quindi a tutti i genitori di restare calmi, cercando di ignorare il pianto e le richieste del bambino. Inoltre è necessario essere coerenti perché cedendo il bambino sarà rinforzato a insistere ulteriormente.
E’ evidente quindi che lo stato emotivo dei genitori influenza significativamente il comportamento e le abitudini di addormentamento del bambino, tanto che una ricerca (Minde e al., 1993) ha riscontrato che quasi la metà di un campione di bambini con difficoltà del sonno aveva delle madri con elevate quote d’ansia o depressione. In ogni caso la strategia da attuare è la rimozione di qualunque ricompensa positiva seguita dalle richieste disfunzionali del bambino, così da estinguere il pianto e creare le basi per la messa in atto di comportamenti funzionali. A tal proposito potranno essere utilizzati diari del sonno e star charts. Ritorneremo sull’argomento.
Nell'ambito della teoria circa l'acquisizione delle competenze sociali dei bambini si dice che questi avrebbero un deficit di acquisizione quando sono privi di determinate abilità sociali appartenenti al loro repertorio. I deficit di performance concernono invece difficoltà a comportarsi in modo socialmente competente, anche se tali capacità sono state precedentemente acquisite.
Spesso i deficit di performance sociale possono interferire con le capacità relazionali del bambino.
Alle volte tali problemi si associano a scarse competenze di problem solving che possono aggravare ulteriormente il quadro relativo alle capacità relazionali del piccolo.
Spesso i bambini con difficoltà relazionali finiscono per essere rifiutati ed in genere i bambini rifiutati dai propri coetanei mostrano livelli più bassi di competenze sociali e accresciuti pattern comportamentali problematici. Si innescano pertanto pericoli circoli viziosi che spesso peggiorano ulteriormente le performance del bambino. In genere alla base di tali deficit vi è l'incapacità del bambino di interpretare correttamente i segnali sociali. Se vi è un fraintendimento dei segnali questo avrà maggiori difficoltà a iniziare e mantenere adeguatamente una interazione sociale.
Come é purtroppo noto molti studi hanno messo in evidenza che i problemi comportamentali dei bambini sono spesso associati a cattive modalità di gestione dei genitori.
Alcuni ricercatori descrivono vere e proprie escalation cicliche di interazioni coercitive tra genitori e bambini tanto da generare meccanismi a feedback di rinforzi avversivi basati proprio sulla coercizione.
L'Oregon Social Learning Center ha messo a punto un programma di training per genitori basato su alcuni punti fondamentali: 1) insegnare ai familiari come individuare i loro comportamenti disfunzionali; 2) far apprendere ad applicare correttamente le tecniche di rinforzo, rappresentate da elogi, sistemi a punti, ricompense, token economy ecc.; 3) far assegnare correttamente punizioni, anche privando il bambino per un breve lasso di tempo di situazioni piacevoli o che comportano privilegi (ad esempio far giocare per un minor tempo con i videogiochi); 4) imparare a supervisionare i figli in ogni momento della giornata, avendo cura di sapere cosa stanno facendo; 5) attivare strategie di problem solving.
Spesso i problemi nascono perché molti genitori non sono in grado di fornire istruzioni chiare circa il comportamento da eseguire, mettono in atto flussi di parole concatenate male, sono assillanti, generano commenti vaghi e specificano istruzioni poste in forma di domanda e con razionalizzazioni.
Ciò che conta é invece la chiarezza, la specificità e la direttività.
Secondo quanto afferma uno studio denominato Parsifal (Prevention of allergy risk factors for sensitization related to farming and anthroposophic lifestyle) e che ha coinvolto un campione di circa 6000 bambini di età compresa tra i 5 e i 13 anni, vi sarebbe una significativa relazione tra uso precoce di antibiotici e antipiretici e maggiore insorgenza di problematiche allergiche.
In particolare secondo tale studio, un utilizzo degli antibiotici durante il primo anno di vita del bambino comporterebbe un aumento della costellazione di sintomi riconducibili a rinocongiuntivite, eczema atopico e asma.
Gli antipiretici sarebbero maggiormente correlati all'asma e all'eczema atopico, mentre l'utilizzo del vaccino trivalente comporterebbe un aumento delle sole rinocongiuntiviti.
Questo studio cercherebbe di fare luce su alcuni punti oscuri circa l'utilizzo dei farmaci in età precoce, ambito ove è pressante l'esigenza di far chiarezza attraverso studi e ricerche aggiornate. Chiaramente è auspicabile effettuare ulteriori ricerche al fine di poter avere a disposizione dati sempre attendibili.
Per maggiori approfondimenti: Journal of Allergy and Clinical Immunology, Jan 2006, 117
(Continua dalla prima parte). Come detto precedentemente, da un punto di vista strettamente anatomico sembra che la corteccia prefrontale ed alcuni nuclei della base (nucleo caudato e globo pallido) dei bambini con ADHD siano proprio più piccoli di quelli dei bambini che non presentano tale disturbo.
Le tecniche di analisi in vivo delle aree cerebrali mostrano che in queste zone vi è un consumo minore di ossigeno (e quindi minore afflusso ematico) da parte delle cellule cerebrali.
In particolare queste cellule avrebbero una disfunzione dei sistemi dopaminergici (la dopamina è uno dei principali neurotrasmettitori che consentono ai neuroni di "comunicare" tra loro) e questo sarebbe uno dei meccanismi di base correlati al disturbo.
Alla luce di tutti questi dati sperimentali, negli ultimi anni si è molto diffusa la terapia farmacologica, considerata spesso come una sorta di panacea per il disturbo.
In particolare la sostanza che viene maggiormente utilizzata è chiamata metilfenidato. Questa altro non è che una amina secondaria appartenente alla categoria degli psicostimolanti.
Il metilfenidato agisce semplicemente come modulatore della quantità di dopamina liberata durante la sinapsi. Questa permette quindi di migliorare la trasmissione di dopamina e soprattutto di rendere più efficace l'inibizione delle risposte e i processi discriminanti degli stimoli.
Anche se la terapia farmacologica sembra dare buoni risultati credo che questa strada non debba essere percorsa unilateralmente, senza cioè essere associata alle terapie psicologiche.
Non dimentichiamo che i principi attivi, anche se testati, possono sempre presentare degli effetti collaterali. In particolare evidenze cliniche nei bambini con ADHD che hanno assunto il farmaco hanno descritto la presenza di effetti quali diminuzione dell'appetito, insonnia, mal di stomaco, tic, variazioni dell'umore e ansia. In conclusione si può affermare che la terapia farmacologica di oggi è una strada valida ma che comunque essa deve essere affiancata ad altre forme di sostegno, considerando il problema in termini globali e ricordando sempre che il nostro bambino è un essere integrato e complesso.
(Continua dalla prima parte) Viene rinforzato positivamente e dal momento che questo avviene attraverso i membri del suo gruppo, questo contribuisce ad aumentarne i benefici.
Quando il bambino ha osservato un modello di interazione sociale adeguato è necessario che metta in pratica le modalità corrette. Deve effettuare cioè un “ripasso comportamentale” che consenta appunto una ripetizione (anche in simulazione) del comportamento corretto appreso. Ciò può avvenire anche attraverso auto-istruzioni che prevedono che il bambino verbalizzi ad alta voce le procedure osservate dal modello. Ciò permette di fissare meglio i pattern comportamentali adeguati.
I genitori possono anch’essi fungere da modello, magari rinforzando per approssimazioni successive il comportamento target.
Esistono specifiche modalità di rinforzo dei comportamenti corretti. Essi possono riguardare elogi o premi. Vedremo successivamente come rinforzare correttamente i bambini.
Chiaramente, una volta acquisite le nuove competenze è necessario che queste vengano esercitate anche all’esterno, a scuola, con gli insegnanti. E affinché i genitori e gli insegnanti possano comportarsi in modo adeguato è auspicabile che partecipino a un training specifico tale da consentire loro di motivare efficacemente i piccoli, sia per quel che riguarda il coinvolgimento al programma, sia per i tentativi sociali corretti messi in atto.
Un buon training sulle competenze sociali comprende anche una breve fase finale che permette una ristrutturazione cognitiva, se ovviamente ai deficit comportamentali si associano anche pensieri disadattivi.
Il disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività (ADHD) che abbiamo descritto negli articoli precedenti è correlato a specifiche caratteristiche cerebrali.
Negli ultimi anni i ricercatori si sono chiesti se se e in che modo il cervello del bambino con ADHD differisca (anatomicamente e/o funzionalmente) da quello di un bambino che non presenta lo stesso disturbo.
Molti dati sperimentali hanno dato risposta affermativa, nel senso che il problema è associato a un disturbo neurobiologico che coinvolge una parte del cervello chiamata corteccia prefrontale.
Chiaramente, il mio punto di vista, come ho più volte affermato, tende ad analizzare il problema globalmente, tenendo in considerazione soprattutto i fattori psicologici e sociali. Ma è evidente che vi è un forte correlato biologico e neurale.
In particolare questa anomalia (che coinvolge oltre alla corteccia prefrontale anche i nuclei della base) presuppone una specie di alterazione nella elaborazione delle risposte per quel che concerne gli stimoli ambientali.
Queste specifiche differenze che riguardano le aree cerebrali spiegano in qualche modo le palesi difficoltà di autocontrollo del bambino nella pianificazione di procedure complesse (definite funzioni esecutive). Questo sembra comportare un deficit nella memoria a breve termine. Una situazione del genere è inoltre caratterizzata da difficoltà di selezione e focalizzazione dell'attenzione.
Il disturbo è correlato quindi a un deficit della corteccia prefrontale proprio perché quest'ultima ha un ruolo di modulazione dell'attenzione. Questa area del cervello (in particolare l'area mediale della corteccia prefrontale) ci aiuta in un certo senso a scegliere determinati comportamenti in risposta alle diverse sollecitazioni ambientali. Queste funzioni ci permettono ad esempio di emettere una determinata risposta o al contrario di inibire una nostra azione (response inhibition). .. continua ..
Come dobbiamo comportarci con i nostri figli? Dobbiamo essere permissivi, lasciarli fare, dare loro il giusto grado di libertà? In realtà molti genitori sono oggi terrorizzati. Non sanno come comportarsi.
Le notizie che arrivano dal mondo e dai media non ci aiutano. Rimaniamo irretiti di fronte all'orrore, impietriti quando pensiamo alle violenze a sfondo sessuale perpetrate nei confronti dei nostri piccoli. Violenze che quasi sempre avvengono all'interno del contesto familiare e parentale, spesso coperte, occultate per vergogna o per ignoranza. Tutto questo ci spinge a volte ad essere diffidenti, a teorizzare complotti, a innalzare muri attorno ai nostri bambini per cercare di proteggerli dall'orco in agguato.
Tuttavia la nostra analisi deve essere fatta ad un livello più profondo. La realtà cioè è più complessa, più complicata di quanto si possa pensare.
Non possiamo tenere i nostri ragazzi chiusi in un guscio dorato che alla lunga finirà per soffocarli.
Quale strada allora? Quale metro di misura? Occorre uno "spirito da funamboli", occorre saggezza e franchezza.
Abituiamo allora i nostri figli fin dall'inizio ad un confronto basato sul dialogo, franco e sincero.
Capiranno allora di poter trovare in noi qualcuno che saprà ascoltarli,senza che vi sia qualcuno che li giudichi aprioristicamente e frettolosamente.
Educhiamoli affinché siano empatici nei confronti del prossimo ma attenti, pronti a difendersi e allo stesso tempo vogliosi di conoscere il mondo. Dovranno percepire il meno possibile le nostre paure e le nostre ansie, che pure è giusto che ci siano, saranno incoraggiati, sapranno ben presto che il mondo è meraviglioso.
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Quando un bambino presenta deficit di competenze relazionali e sociali può essere utile l’implementazione di un programma specifico, tale da migliorare le performance che concernono la sfera sociale.
Il training sulle competenze sociali è rivolto principalmente ai bambini, ma una parte del lavoro può essere svolto anche con i genitori. Può capitare infatti che i genitori possano contribuire senza volerlo ai deficit sociali del piccolo, nel caso in cui essi stessi mettano in atto comportamenti sociali inadeguati. I genitori rappresentano un modello per i bambini ed in questo caso possono rinforzare involontariamente i comportamenti socialmente disfunzionali. E’ necessario pertanto che i genitori possano riflettere sulle loro modalità di comportamento e sul loro livello di competenza sociale.
Un buon training delle competenze sociali deve permettere al bambino di riconoscere e discriminare le emozioni proprie e quelle degli altri, così da possedere maggiori informazioni circa l’interpretazione delle regole sociali e le capacità empatiche collegate all’interazione sociale.
Ciò si rende necessario perché il bambino con deficit sociali ha in genere difficoltà nell’identificare le caratteristiche della situazione, ossia nel decifrare regole e scopi connessi all’interazione sociale.
Come è ovvio, buona parte del programma di training è basata su tecniche di modeling.
Il bambino osserva altri bambini che mettono in atto comportamenti sociali idonei e funzionali e che fanno così da modello. … continua …
Uno dei problemi più comuni di un bambino con ADHD é rappresentato da una serie di difficoltà che riguardano le interazioni sociali.
Da un punto di vista diagnostico infatti l'ADHD soddisfa spesso la diagnosi per altri disturbi, quali il disturbo oppositivo provocatorio e il disturbo della condotta (ad oltre il 70% degli adolescenti con ADHD viene diagnosticato il disturbo oppositivo provocatorio).
I problemi nelle relazioni vengono alimentate dalle difficoltà che i bambini iperattivi hanno a modificare le risposte comportamentali in base ai compiti richiesti e alle situazioni di interazione nelle quali si trovano.
Tra le numerose ipotesi fatte é interessante considerare tali deficit di abilità sociali anche da un punto di vista interpretativo. Spesso infatti i bambini con una diagnosi di ADHD riescono con difficoltà ad interpretare in modo corretto i comportamenti e le intenzioni degli altri, tanto da considerare ostile una risposta comportamentale che non lo é affatto.
Per queste considerazioni é altamente consigliato ricorrere al training per le abilità sociali. Questa tecnica consente al bambino di ricevere un rinforzo per ogni comportamento sociale considerato appropriato, basandosi anche sullo sviluppo delle abilità di controllo della collera e di conversazione.
Considerato che tali capacità e abilità concernono processi di regolazione di se e che questi devono essere sostenuti e facilitati dalla funzione genitoriale, é opportuno affiancare al training per le abilità sociali un lavoro proprio sui genitori (parent training).
Alla luce delle recenti ricerche si può senz'altro sottolineare la maggior efficacia di più metodi comportamentali, tali da coinvolgere i bambini e le figure di accudimento.