
Il nostro rapporto col cibo può essere fortemente influenzato dalle emozioni.
Quando si diventa molto sensibili a specifici stati emotivi a volte può essere difficile riuscire a tollerarli. E questa sorta di intolleranza alle emozioni spinge le persone a mettere in atto comportamenti compensativi che hanno lo scopo di aiutare a modulare le emozioni.
I comportamenti di modulazione delle emozioni possono favorire un errato stile alimentare, caratterizzato magari da frequenti spuntini o da vere e proprie abbuffate, in concomitanza con situazioni che comportano una certa attivazione emozionale.
In questo caso un comportamento alimentare non corretto consente, in modo non adattivo, di affrontare e fronteggiare determinati stati emotivi.
Piluccare, saltare i pasti, mangiare più volte nell’arco della giornata e fuori pasto, assumere una gran quantità di cibo (con aumento dell’introito energetico) fanno proprio parte di una vasta gamma di comportamenti di modulazione delle emozioni.
Attraverso training specifici basati su un approccio cognitivo comportamentale è possibile imparare a controllare l’impulso a mangiare, automonitorandosi, lavorando sull’intolleranza alle emozioni tossiche, osservando gli episodi mentre si verificano in tempo reale. Partendo dalla capacità di analizzare gli eventi scatenanti, il paziente viene allenato a migliorare la capacità di problem solving. Grazie a questo tipo di apprendimento l’evento viene ristrutturato attraverso l’accettazione dello stato emotivo ed successivamente vengono messi in pratica comportamenti funzionali di modulazione delle emozioni.
Questo protocollo consente di ottenere risultati efficaci e duraturi.
Il Dott. Francesco Greco, Psicoterapeuta, Psicologo a Palermo offre un aiuto concreto per affrontare i disturbi alimentari, ma anche l’alimentazione incontrollata e la fame nervosa.
Il percorso terapeutico, strutturato in sedute settimanali, si rivolge alle pazienti che richiedono un intervento pratico ed efficace nei casi di bulimia nervosa, anoressia nervosa, binge eating disorder.
Il Dott. Francesco Greco riceve previo appuntamento presso Istituto Bowlby, Piazza Sant’Oliva 28 Palermo. Info e prenotazioni al 3922965686.

Bambini iperattivi e ADHD: quali sono le mosso giuste - Seconda parte
(Continua dalla prima parte). In questo senso, è previsto il meccanismo della punizione (rinforzo negativo) per le condotte indesiderate (e quindi non funzionali ed adattive).
Il concetto chiave è che l'applicazione costante e coerente di premi e punizioni modifica progressivamente le catene comportamentali, e questo può generare un miglioramento del bambino per quello che concerne le sue condotte sociali e il suo apprendimento scolastico.
Molto semplicemente si può interagire col bambino offrendo premi e incentivi, e questo è necessario affinché il nostro piccolo capisca che vi sono regole da rispettare e soprattutto che i suoi comportamenti avranno sempre delle conseguenze, positive o negative.
Alle volte queste tecniche possono apparire velate da un freddo meccanicismo, ma in realtà non lo sono, e sappiamo bene che ogni nostro comportamento è perfettamente al centro di catene situazionali ove vi sono sempre antecedenti e conseguenti alle nostre azioni.
I genitori e gli insegnanti quindi (seppure in contesti diversi) devono stimolare le interazioni positive col bambino, utilizzando le tecniche di rinforzo in modo semplice e diretto, regolando in modo coerente e costante tutte le modalità di funzionamento del bambino ritenute inappropriate.
Il bambino è un essere unico e complesso che necessita di cure e dedizione, e questo vale ancor più oggi, in questa società così esigente e dai ritmi vorticosi.
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Bambini iperattivi e ADHD: quali sono le mosso giuste - Prima parte
ADHD: qual è la terapia giusta? O meglio come gestire efficacemente una situazione del genere? Come scritto più volte il miglior approccio è quello multimodale, ove cioè i genitori, ma anche gli insegnanti, vengano coinvolti in attività comuni, chiaramente affiancati dal professionista psicologo.
I genitori hanno un ruolo chiave perché sono i diretti responsabili della gestione del tempo del bambino e soprattutto delle pressioni sociali che vengono esercitate dal suo ambiente di riferimento.
L'obiettivo è quello di migliorare il funzionamento globale del bambino. Dovremo così migliorare le competenze relazionali (con il gruppo dei pari, compresi i fratelli), la capacità di apprendimento, il livello di autostima.
Chiaramente queste sono tappe intermedie, fondamentali per raggiungere l'obiettivo più importante, cioè quello di migliorare la qualità globale della vita dei bambini con ADHD e delle loro famiglie.
Ma come iniziare? Le tecniche comportamentali sono in questo senso molto importanti e danno degli ottimi risultati.
Attraverso tali tecniche è possibile fare capire al bambino che vi sono dei comportamenti desiderati e altri che non lo sono. Le modificazioni comportamentali prevedono che i genitori e gli insegnanti vengano informati circa specifiche tecniche di ricompensa (questo è quello che definiamo rinforzo positivo) per i comportamenti corretti.
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La tecnica della focalizzazione sensoriale per migliorare l’intesa sessuale - Terza parte
(Segue dalla seconda parte) Per quel che concerne gli aspetti pratici é auspicabile che durante la fase II la partner possa ad esempio stimolare il pene del compagno. Una volta raggiunta l'erezione la tecnica prevede che venga interrotta la stimolazione e che questa riprenda al calare dell'erezione.
Queste azioni aiutano a smantellare l'idea diffusa e irrazionale per cui l'uomo debba avere sempre e necessariamente una erezione costante.
Un altra strategia utilizzata é quella del "coito inesigente" (Kaplan, 1974), che prevede che la donna inserisca il pene del compagno in vagina, trovandosi sopra di lui e conducendo il movimento lentamente.
In ultima istanza questa tecnica ha il vantaggio di far sperimentare la sessualità in modo nuovo, più serenamente, inducendo i partner a sperimentare tutta una serie di pensieri e convinzioni sbagliate che sono poi alla base dei problemi.
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Il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo
Da un punto di vista diagnostico il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo concerne una sostanziale mancanza di interesse per il sesso, accompagnata talvolta da una diminuzione delle fantasie sessuali classiche.
Normalmente ogni individuo é spinto da una forte motivazione spontanea nei confronti dell'attività sessuale e questa dirige efficacemente il comportamento individuale nella direzione funzionale all'adattamento e alla continuazione della specie.
Tuttavia sempre più spesso coppie (anche giovani) si rivolgono ai professionisti e chiedono il supporto della terapia sessuale.
La frequenza di casi clinici non sorprende più gli operatori anche se spesso il disturbo viene diagnosticato in modo non corretto.
Affinché possa essere fatta una corretta diagnosi é necessario infatti poter escludere eventuali problematiche organiche (apparentemente non riconducibili alla sfera psicologica) spesso individuabili nelle alterazioni ormonali o in oggettive difficoltà di erezione.
É necessario inoltre verificare se il paziente assuma farmaci particolari che possano interferire con il desiderio sessuale (per via di taluni effetti specifici come nel caso di quelli assunti in concomitanza con una diagnosi di depressione) o sia affetto da particolari patologie (tipo l'anorgasmia).
L'obiettivo della terapia é quello di far emergere tutte le emozioni negative correlate, come ad esempio la paura, ma anche i sensi di colpa e l'ansia.
Ma quali sono le tecniche maggiormente utilizzate?
Una tecnica spesso utilizzata é quella della focalizzazione sensoriale introdotta da Master e Johnson con la quale é possibile condizionare il paziente ad una graduale ripresa dell'attività sessuale.
Avviene in questo caso una sorta di esposizione graduale alle situazioni che concernono l'attività sessuale temuta, abituando il paziente alla stimolazione tattile del partner e facendo in modo che esso possa apprezzarne la piacevolezza (anche con l'ausilio di olii profumati e altri strumenti utili ad aumentare l'eccitazione sessuale).
La stimolazione delle aree genitali, dapprima escluse, viene compresa successivamente, così che si possa sperimentare una esposizione all'attività sessuale in modo graduale e consapevole.
Alle volte capita che il soggetto che presenta un disturbo del desiderio sessuale ipoattivo sia invischiato in sotterranee problematiche di coppia, ove vi sono forti lotte per il potere (associate a paura di perdere il controllo), difficoltà di comunicazione, rifiuto del partner in quanto connotato da scarse abilità sessuali.
E l'obiettivo dichiarato di migliorare i repertori comportamentali delle abilità sessuali non può prescindere da queste considerazioni.
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Oggi sempre più spesso si parla di trapianti. L'attenzione e la sensibilità dell'opinione pubblica é aumentata considerevolmente negli ultimi anni e questo perché purtroppo sono aumentate le diagnosi di malattie terminali d'organo.
Così gradualmente si sono cominciati a prendere in considerazione gli aspetti legati all'impatto e alle conseguenze psicosociali del trapianto nei pazienti.
Si é più volte ribadita in tal senso l'importanza di una attenta valutazione psicologica dei pazienti preliminare al trapianto stesso.
Tuttavia molti ancora oggi si pongono interrogativi apparentemente semplici legati all'intervento e questo é sicuramente dovuto alla necessità di fare maggiore chiarezza.
Ad esempio quando avviene il trapianto d'organi? Questo avviene solo ed esclusivamente quando vengono accertate specifiche condizioni cliniche del paziente.
Il prelievo avviene infatti nel momento in cui é possibile accertare senza ombra di dubbio la morte encefalica o morte cerebrale, una condizione cioè che é definita irreversibile. Non si tratta quindi di coma, il quale di per se é uno stato ben diverso in presenza del quale non si procederebbe certo all'espianto.
L'accertamento di morte cerebrale é effettuato da un medico legale, da un anestesista-rianimatore e da un neurofisiopatologo, i quali stilano una certificazione sulla base di un periodo di osservazione che per gli adulti é di almeno 6 ore consecutive.Solo una volta verificata la cessazione di ogni attività cerebrale si potrà procedere al prelievo degli organi, i quali vengono così trapiantati al paziente ricevente.
Il miracolo della vita si rinnova ogni giorno, quando svegliandoci al mattino diamo inizio a una nuova giornata.
Poi iniziamo a risolvere i nostri problemi di ogni giorno, dai più piccoli a quelli che richiedono un maggiore impegno.
Le nostre risorse individuali ci consentono di adattarci e di essere flessibili, così da gestire al meglio le attività attraverso un continuo processo di problem solving.
Fattori protettivi, individuali e sociali, flessibilità, strategie di coping sono tutti ingredienti che contribuiscono al mantenimento del benessere e della salute nell'ottica della salutogenesi.
Dal punto di vista della salutogenesi é infatti fondamentale il concetto di forza, che é legato a sua volta al concetto di benessere.
Ognuno di noi ha in se un nucleo fondante di fondante di forze vitali che ci permettono di mantenere standard di vita ottimali.
Il nostro stile di vita, le abitudini alimentari, il modo tutto personale che abbiamo per affrontare i problemi di ogni giorno influiscono sul livello di forze disponibili e sullo stato di salute generale, e quindi sono strettamente collegati al concetto di salutogenesi.
Chiudi gli occhi e concentrati sulle tue forze. Sai che puoi contare su di te, sei cosciente delle tue forze individuali ma anche dell'importanza che hanno gli altri nel sostenerti. Sai che il benessere passa dalla piena realizzazione di se tenendo conto dell'ambiente sociale, affettivo e lavorativo.
Sii flessibile, vivi con spirito di accettazione allenandoti alla pazienza: salute e salutogenesi significano anche questo.
Uno degli aspetti che caratterizzano i disturbi d'ansia riguarda i meccanismi di mantenimento del disturbo stesso. Quel che chiede chi soffre di disturbi d'ansia é poter guarire, ossia liberarsi da tutta una serie di sintomi e disturbi.
Tuttavia per ottenere dei buoni risultati é necessario eliminare i meccanismi di mantenimento del disturbo, i quali risentono anche dell'interpretazione cognitiva degli eventi ddl soggetto, cioè delle errate interpretazioni connesse principalmente al tema di pericolo.
L'esposizione allo stimolo fobico é per chi soffre d'ansia una esperienza notevolmente stressante. Per questo motivo i soggetti mettono in atto tutta una serie di comportamenti protettivi tesi all'evitamento della situazione ansiogena.
Chi ha paura dell'ascensore semplicemente evita di prenderlo. Sale le scale, ma di certo non risolve il problema.
Sottrarsi alla situazione inoltre rafforza l'idea del paziente che le conseguenze temute non si siano verificate a causa dell'evitamento stesso, rafforzando così i convincimenti e le errate interpretazioni alla base del disturbo.
Attaccare i fattori di mantenimento significa quindi provare ad affrontare le situazioni cercando di diminuire le condotte di evitamento e basandosi anche su strategie di esposizione agli eventi temuti.
A proposito di questo argomento ci sono alcuni aspetti su cui vorrei focalizzare l’attenzione. Credo infatti che l’argomento dieta meriti alcune considerazioni. Da un punto di vista psicologico sono ben note le conseguenze e le caratteristiche dei principali disturbi alimentari (si pensi a bulimia e anoressia) soprattutto per quel che concerne l’analisi della percezione dell’autostima e gli aspetti legati all’immagine di se e all’identità personale.
Spesso il cibo viene usato per “riempire” ciò che ci fa soffrire e che sentiamo vuoto, come un baratro da colmare a tutti i costi. E ciò avviene spesso e senza che ci si trovi necessariamente in presenza di una vera e propria diagnosi di disturbo alimentare. Questo modo di alimentarsi sta assumendo oggi delle enormi proporzioni, ed il cibo di oggi è sempre più zuccherato e ipercalorico. Questo tipo di abitudini alimentari unite a uno stile di vita sedentario rappresentano senza dubbio un fattore di rischio, sia per quel che concerne l’insorgenza di malattie specifiche (si pensi all’ipertensione, all’obesità e ai disturbi cardiovascolari) sia per un eventuale diagnosi di disturbi dell’umore (come la depressione).
Tali variabili presentano una correlazione bidirezionale in grado di influenzare aspetti somatici e psicologici (caratterizzati da una specifica costellazione neurobiologica).
Diversi studi hanno evidenziato una maggiore probabilità di diagnosi psichiatrica (depressione) nei soggetti obesi.
Non è ancora chiaro se questo sia dovuto esclusivamente all’influenza di fattori metabolici sui meccanismi neuronali (alterazione dei sistemi serotoninergici) o se si possano considerare anche aspetti maggiormente implicati nei processi psicologici, come l’abbassamento dell’autostima frequente nei soggetti obesi che avrebbe una influenza a cascata per la genesi del disturbo depressivo.
Quel che è importante sottolineare è che spesso ci nutriamo male e ben oltre il nostro reale fabbisogno calorico.
Una guerra alla dipendenza dagli zuccheri, da dichiarare apertamente.
La fase di assessment è un momento strategico.
Classicamente viene definita come una ampia valutazione del caso e concerne la raccolta di quante più informazioni possibili sulla situazione in esame.
Affinché il lavoro possa essere svolto correttamente saranno necessarie 2-4 sedute utili per comprendere gli obiettivi e le opportunità dell'eventuale trattamento.
La fase di assessment può essere assimilata a una sorta di radiografia accurata che ci consentirà di avere un quadro clinico globale.
Affinché possa essere identificato il trattamento è necessaria però una analisi che chiarisca la natura e le componenti del problema in essere, in modo da approfondire tutte le dinamiche coinvolte.
L'assessment consente infatti di far luce sui meccanismi connessi al disturbo e di ipotizzare inferenze circa la rete di relazioni che lega i disturbi, gli antecedenti e i conseguenti della situazione.
L'analisi si basa su una osservazione sistematica di vari livelli, che vanno da quello cognitivo e verbale (monitoraggio degli indici soggettivi) a quello motorio e fisiologico (repertorio comportamentale attuale).
Chiaramente dovrà essere considerata anche la storia personale del paziente, fonte preziosa di informazioni per l'identificazione dei fattori di vulnerabilità e per la formulazione finale del caso.
(Segue dalla prima parte) Quando queste particolari carezze non comportano più eccessiva ansia si potrà allora passare allo step successivo, che consente appunto di poter accarezzare anche i genitali del partner.
Quello che si chiede é che tutto venga effettuato in un ambiente discreto e tranquillo, che consenta di poter sperimentare la tecnica nel modo più sereno possibile.
Attraverso la stimolazione tattile é possibile iniziare un percorso di scoperta molto piacevole. La stimolazione e il massaggio dei corpi nudi può portare senza dubbio ad un aumento del piacere.
Questo perché si riesce a migliorare la comunicazione tra i due partner, anche attraverso la riscoperta della complicità perduta. Il fatto che si possa provare piacere in modo simultaneo poi, consente di superare gli inutili pregiudizi e le frustrazioni legate al concetto di prestazione.
In ultima istanza é possibile condurre, attraverso la focalizzazione sensoriale, una vera e propria esperienza graduata in vivo (secondo i canoni della terapia cognitivo-comportamentale).
Più volte ho ribadito il concetto per cui più evitiamo ciò che ci fa paura e che genera in noi ansia, più non risolviamo il problema.
In genere questo viene definito evitamento e consiste proprio nell'evitare lo stimolo o la situazione fobica.
Da un punto di vista clinico é di vitale importanza essere risoluti nel cercare di affrontare ciò che ci procura ansia.
Questo perché con l'evitamento non risolviamo nulla, anzi creiamo tutta una serie di circoli viziosi che rafforzano in noi l'errata convinzione che non affrontando il problema é possibile vivere bene.
Ma come si sa prima o poi tutti i nodi vengono al pettine e servirà allora fare ricorso alla nostra buona volontà per poter gestire la situazione.
Ciò che possiamo fare in questi casi é analizzare attentamente la situazione problematica suddividendo l'evento in piccole parti.
Se mi fa paura dover andare da solo al supermercato ad esempio, analizzerò la sequenza comportamentale associata all'azione, compilando un elenco e assegnando a ogni sottoazione un punteggio compreso tra 0 e 100, ove 0 corrisponde a nessun livello d'ansia e 100 equivale al massimo grado d'ansia.
Una volta compiuta tale operazione sarà più facile provare ad affrontare prima le singole sotto-situazioni che procurano meno ansia e poi, in modo del tutto graduale, quelle situazioni che scatenano maggiori risposte ansiose.
Quanto siamo in grado di resistere allo stress? Quanto più possiamo contare su un ottimo stile di coping! In psicologia viene definito stile di coping una specifica modalità grazie alla quale le persone riescono a gestire al meglio gli eventi stressanti e traumatici. E' semplicemente una strategia che ci permette di essere flessibili e capaci di adattarci ai cambiamenti. Questo è il trucco per essere resistenti, la forza dobbiamo trovarla nei termini di maggior flessibilità.Le persone che riescono ad adattarsi bene sono quelle che dispongono di più risorse. Proprio l'acquisizione di risorse risulta essere un fattore chiave per lo sviluppo delle proprie strategie di coping. E' come se uno decidesse di andare in mezzo alla foresta Amazzonica privo di bussola, di indumenti per difendersi dal caldo e dall'umidità, senza acqua e cibo, in un viaggio completamente improvvisato.Si tratta insomma di attrezzarsi nel modo giusto per affrontare le continue sfide della vita. Gli stili di coping sono allora un fattore protettivo perché riducono il rischio di conseguenze dannose. Questo avviene proprio perché riusciamo ad esser maggiormente capaci di distanziamento, di autocontrollo, riusciamo ad essere più responsabili ed efficaci anche nelle situazioni impreviste.Questo fa bene alla nostra salute: una migliore reattività infatti è collegata a un buon funzionamento del sistema immunitario e quindi alla possibilità di ammalarsi di meno. Ricordiamoci: mente e corpo sempre collegati!
Potrebbe la nostra insicurezza avere lontane radici? E' possibile che certi tratti temperamentali individuabili fin da bambini possano in qualche modo essere predittivi di una insicurezza evidenziata in eta' adulta?
Sembrerebbe di si, visto che numerose ricerche hanno messo in evidenza come uno stile comportamentale del bambino improntato all'evitamento possa indicare una piu' probabile predisposizione all'ansia e all'insicurezza.
A proposito di questo argomento ci sono alcuni aspetti su cui vorrei focalizzare l’attenzione. Credo infatti che l’argomento dieta meriti alcune considerazioni. Da un punto di vista psicologico sono ben note le conseguenze e le caratteristiche dei principali disturbi alimentari (si pensi a bulimia e anoressia) soprattutto per quel che concerne l’analisi della percezione dell’autostima e gli aspetti legati all’immagine di se e all’identità personale.
Spesso il cibo viene usato per “riempire” ciò che ci fa soffrire e che sentiamo vuoto, come un baratro da colmare a tutti i costi. E ciò avviene spesso e senza che ci si trovi necessariamente in presenza di una vera e propria diagnosi di disturbo alimentare. Questo modo di alimentarsi sta assumendo oggi delle enormi proporzioni, ed il cibo di oggi è sempre più zuccherato e ipercalorico. Questo tipo di abitudini alimentari unite a uno stile di vita sedentario rappresentano senza dubbio un fattore di rischio, sia per quel che concerne l’insorgenza di malattie specifiche (si pensi all’ipertensione, all’obesità e ai disturbi cardiovascolari) sia per un eventuale diagnosi di disturbi dell’umore (come la depressione).
Tali variabili presentano una correlazione bidirezionale in grado di influenzare aspetti somatici e psicologici (caratterizzati da una specifica costellazione neurobiologica).
Diversi studi hanno evidenziato una maggiore probabilità di diagnosi psichiatrica (depressione) nei soggetti obesi.
Non è ancora chiaro se questo sia dovuto esclusivamente all’influenza di fattori metabolici sui meccanismi neuronali (alterazione dei sistemi serotoninergici) o se si possano considerare anche aspetti maggiormente implicati nei processi psicologici, come l’abbassamento dell’autostima frequente nei soggetti obesi che avrebbe una influenza a cascata per la genesi del disturbo depressivo.
Quel che è importante sottolineare è che spesso ci nutriamo male e ben oltre il nostro reale fabbisogno calorico.
Una guerra alla dipendenza dagli zuccheri, da dichiarare apertamente.
Durante l’implementazione di un piano terapeutico dedicato al trattamento dell’ADHD si tende a volte a concentrare l’attenzione esclusivamente al bambino, che è il soggetto maggiormente coinvolto dal disturbo.
Ma tale chiave di lettura è senza dubbio superficiale, in quanto non considera sufficientemente l’importanza del lavoro con i genitori.
Al di la del fatto che il contesto sociale e familiare è strategicamente fondamentale per la valutazione clinica, non si deve dimenticare l’importanza che hanno i genitori per la funzione di supporto al bambino iperattivo.
I genitori inoltre possono essere sotto pressione e vivere una situazione delicata per tutta una serie di motivi che non è difficile immaginare.
Lavorare attentamente con i genitori è quindi una necessità, diventa necessario poter modificare eventuali comportamenti non adeguati da parte delle figure di accudimento.
Attraverso tecniche di psicoeducazione si devono fornire ai genitori tutte le informazioni possibili circa sintomi, prognosi, decorso clinico e terapie.
La famiglia quindi è una risorsa importante e certo atteggiamenti disfunzionali al suo interno potrebbero aggravare il quadro clinico del bambino iperattivo.
Tutti conosciamo quelle che sono le regole di comunicazione di base. Sappiamo quando parlare, quando attendere che l'interlocutore finisca di esporci le sue ragioni per poi incalzarlo o rimanere in assoluto silenzio in attesa di un cenno.
Queste abilità le cominciamo a sviluppare gradualmente nel corso dello sviluppo, e sono direttamente collegate all'ambiente sociale in cui viviamo, all'educazione che riceviamo ma anche e soprattutto alle componenti biologiche che riguardano una predisposizione innata.
In particolare esisterebbero delle specifiche aree del cervello che assolverebbero a tale funzione linguistica di applicazione delle norme sociali.
Da questo punto di vista pare proprio che sia il lobo frontale destro ad avere una tale funzione e che proprio delle lesioni in tale area possano creare dei problemi connessi a qualche capacità linguistica collegata alle norme sociali.
Questi soggetti presenterebbero una sorta di disinibizione tale da far si che essi non rispettino le regole sociali di base intercorrenti durante una conversazione (come il non attendere che l'altro finisca di parlare o dire cose senza un'analisi delle reali conseguenze).
Un simile comportamento sarebbe associabile a una sorta di incapacità a immedesimarsi negli altri e a una difficoltà nell'esperienza dell’attivazione empatica.
Come detto in precedenza queste situazioni possono avere delle conseguenze gravi da un punto di vista psicologico perché vengono create delle forti situazioni di disagio, ove viene danneggiata l'immagine di se e della propria efficacia intesa come competenza lavorativa e sociale.
Queste dinamiche, ripetute in modo continuativo nel tempo possono avere un effetto devastante, con conseguenze evidenti. Chiaramente intervengono anche numerose variabili soggettive nel determinarne l'impatto, quali la capacità di adattamento e di resistenza allo stress, le strategie di coping, fattori legati alla possibilità di supporto sociale esterno, familiare e altri fattori protettivi.
Il disagio relazionale e lavorativo è solo una prima fase di un percorso che può portare allo sviluppo di malattie psicosomatiche, depressione, disturbi d'ansia, indebolimento del sistema immunitario, difficoltà ad addormentarsi ecc. (comprese tutte le malattie correlate allo stress).
Si innesca un vero e proprio cammino che può portare, in ultima istanza, a frequenti allontanamenti dal lavoro per malattia e poi alle dimissioni vere e proprie.Il mobbing quindi, lungi dallo stimolare una sana competizione mette i soggetti in una condizione di disperazione azzerando prima la qualità della vita lavorativa e poi la qualità globale della vita della persona, qui intesa proprio come piena soddisfazione e realizzazione di se e delle proprie aspirazioni.
Come detto nella prima parte dell’articolo i comportamenti protettivi e di evitamento, uniti all'interesse specifico del paziente per le sue sensazioni corporee, costituiranno un fattore di mantenimento chiaramente disfunzionale.
Se ad esempio avverto un capogiro e secondo la mia interpretazione erronea sto per avere un collasso, probabilmente inizierò a controllare il mio respiro, magari sedendomi o peggio ancora evitando di uscire.
Questi comportamenti però mantengono gli attacchi di panico, proprio perché di fatto impediscono la disconferma delle mie interpretazioni erronee. Così sarò portato a pensare che il mancato avverarsi delle conseguenze catastrofiche (collasso) sia attribuibile ai miei comportamenti.
Per tutti questi motivi se si vuole prendere in considerazione la cura degli attacchi di panico è fondamentale non solo una riduzione delle credenze relative a tali interpretazioni erronee alla base degli attacchi di panico, ma anche la messa al bando di comportamenti protettivi e di evitamento delle situazioni temute.
Per la cura del panico è consigliabile valutare attentamente la natura delle proprie interpretazioni erronee, descrivendo in modo dettagliato le situazioni temute e i comportamenti protettivi e di evitamento utilizzati.
A tal proposito ci si può domandare se vi sono situazioni che vengono evitate a causa dell'ansia e ci si può aiutare anche con diari da utilizzare giornalmente. E' possibile quindi intervenire sugli attacchi di panico, esistono cure e terapie, a condizione però di lavorare sulle interpretazioni erronee circa gli eventi, mettendo seriamente in discussione le proprie convinzioni e prevenendo i propri comportamenti protettivi e di evitamento.